Diario di bordo

La nuova famiglia di R: perché aprire la propria casa ad un migrante?

Marilù Ardillo
La nuova famiglia di R: perché aprire la propria casa ad un migrante?

“Questa famiglia è una famiglia d'oro che risplende su tutti”.
Questa è l’immagine con cui R. descrive oggi la sua nuova famiglia. E nel suo racconto sceglie parole come unità, accettazione, comunità, gioia. La sua immagine di famiglia adesso è luminosa, inclusiva, protettiva.

Vent’anni fa ha aperto gli occhi in un paese del Ghana, nell’Africa occidentale.
Ha perso sua madre molto presto; suo padre, dopo essersi risposato, lo ha lasciato in un collegio.
A soli 16 anni è stato venduto come schiavo da uno dei suoi professori e per un anno e mezzo ha vissuto in Libia, in una baracca.
Il suo grido di dolore si è unito a quello di molti altri nigeriani che, imprigionati in un luogo di detenzione nella cittadina situata nella costa nord-occidentale della Libia, hanno rivolto tre anni fa un appello al governo nigeriano, alle Nazioni Unite e all’Europa, fatto girare tramite Whatsapp da un gruppo di nigeriani.
“Quello che davvero non mi piace ricordare è stare in mezzo al mare e tutto ciò che si può vedere è la morte”.

A 18 anni è riuscito ad arrivare in Puglia in un centro di accoglienza. Completamente solo.
Ha iniziato a frequentare una parrocchia e si è unito ad un gruppo di ragazzi extra comunitari che facevano parte di un coro.
È entrato a far parte di Fare sistema oltre l’accoglienza, un programma di AMU (Azione per un Mondo Unito) dedicato ai giovani più vulnerabili sia italiani che stranieri alle prese con i difficili processi di integrazione. Un programma che, attraverso la creazione di una rete nazionale fatta di famiglie, aziende, associazioni e istituzioni, cerca soluzioni concrete, interviene a supporto delle procedure di integrazione e attiva processi di inclusione attraverso attività di formazione, inserimento lavorativo e sociale.

Vincenzo insegnava musica nella stessa parrocchia. Ha una moglie e due figli di 23 e 26 anni. Quando era bambino sua madre ha accolto 30 seminaristi provenienti da tutto il mondo: grazie al suo esempio oggi afferma con convinzione che “la mia casa è aperta”.
Per quelle inspiegabili sincronicità teorizzate da Jung, Vincenzo incontra il sorriso pulito di R. grazie ad un altro ragazzo nigeriano. Ed è subito casa.
Scegliere di accogliere un adulto straniero sconosciuto nella propria quotidianità, senza riserve e senza pregiudizi, è un atto quantomai eroico. Eppure così semplice.
Basta aprire la porta, fare un po’ di spazio, aggiungere una sedia.
“Per me accogliere significa la piena accettazione di qualcuno che ha bisogno di aiuto”, afferma R., che sembra scegliere sempre ogni parola con cura, perché già ogni parola apre una porta.
La famiglia di Vincenzo si è battuta per R., ha sostenuto una lunga battaglia legale per aiutarlo ad ottenere un permesso di soggiorno stabile che gli assicurasse ogni sera di poter chiudere gli occhi con serenità. E ogni mattina di cominciare a costruire.
Grazie alla sua nuova famiglia R. cammina tra gli ulivi, festeggia i compleanni, fa sport, abbraccia la nonna, esce con gli amici, mangia quello che desidera ad ogni ora del giorno. Qualcuno ha creduto in lui e ha deciso di fargli dono di un’opportunità. Qualcuno gli ha garantito che non sarà più solo.
Di contro, grazie a questa esperienza di accoglienza, la famiglia di Vincenzo ha l’occasione di arricchirsi sul piano culturale, di conoscere modi di vivere e di pensare lontani dalla nostra tradizione, di crescere, condividere.

R. vorrebbe studiare “per aiutare gli altri in termini di diritto” e per poter “immaginare un futuro fatto con un grande e duro lavoro di me stesso, per arrivare ovunque nel mondo, ma soprattutto in Africa”.
Fino a prima della pandemia lavorava in una pizzeria, continuando a seguire lezioni private di italiano.
Oggi è anche volontario Caritas: “ho sperimentato rispetto, unità e amore. Molte persone hanno iniziato a conoscermi più di prima. Fin dall'infanzia amo aiutare a sviluppare qualcosa che possa portare buoni benefici alle persone in una comunità, l'ho fatto perché apprezzo queste cose”.
R. ha solo 20 anni, è stato rifiutato e abbandonato per metà della sua vita, ha subìto atti di prepotenza e indifferenza, ha patito l’orrore della fame e la paura della morte, eppure sente di voler restituire tutto il buono e tutto il tempo.
“La mia famiglia ora è una bella famiglia, tutto ciò di cui ho bisogno papà Vincenzo e mamma Rossana si assicurano che io ce l’abbia”.

Ogni giorno assistiamo inermi ad azioni e intenzioni mirate a fare degli altri delle persone infelici. Derubiamo, insultiamo, disprezziamo.
E se invece provassimo a diventare responsabili della loro felicità?

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