Diario di bordo

Siamo quello che creiamo: Anna e l’arte come terapia

Marilù Ardillo
Siamo quello che creiamo: Anna e l’arte come terapia

“La mia visione della vita dopo la malattia sta proprio nella parola “visione”, intesa come prospettiva”.
A soli 31 anni Anna si è trovata a combattere con un raro tumore inoperabile: i medici non le avevano dato grandi speranze, sua madre non ha mai smesso di pregare, suo padre è rimasto in silenzio 10 ore al giorno in quella sala d’attesa con solo una bottiglia d’acqua tra le mani.
Lei però ha scelto di guardare la malattia in modo diverso. L’ha considerata un’opportunità per esprimere finalmente la sua essenza, la sua verità.

Fin dalla scuola media inferiore si è sentita chiamata dall’arte e dalla creatività. Ha frequentato l’Istituto d’arte e dopo la facoltà di architettura.
Durante i mesi trascorsi in ospedale Anna ha disegnato sempre e da quel giorno non ha più smesso. L’arte è diventata parte della sua terapia. L’arte è stata il suo specchio.
“Non so ancora bene chi sia Anna oggi, vivo per scoprirlo. Ma certamente la Anna di prima era una persona che aveva smesso di ascoltarsi e spesso tradiva se stessa. Oggi mi prendo cura di me, cerco di essere umile, paziente, comprensiva prima con me stessa e poi con gli altri. Non permetto agli altri di condizionare negativamente la mia vita. Ho imparato a scegliere”.

Il suo desiderio più grande è diventare insegnante di arte e immagine, certa che la creatività vada stimolata nei bambini di oggi perché significa formare gli adulti di domani. Crea quadri con la string art, una tecnica decorativa nata nel XIX secolo, utilizzata in principio per avvicinare i bambini alla matematica e diventata poi una vera e propria tecnica decorativa per realizzare quadri servendosi di spilli e fili da ricamo. Anna sperimenta nuove tecniche, è curiosa, utilizza sempre materiali da riciclo.
“Ho sempre avuto un rapporto viscerale con la natura. Ho imparato che la natura è perfetta e che sa adattarsi ad ogni imprevisto. Sono cresciuta in campagna, mi piaceva camminare scalza e sentire la terra. Mi sono sempre sentita parte di un qualcosa più grande di me, che mi affascina e che mi stupisce ogni volta. Ho profondo rispetto per la natura, e quando per le strade o sulle spiagge mi rendevo conto che era pieno di spazzatura , mi saliva una tale rabbia e dispiacere. Così un bel giorno ho iniziato a raccogliere rifiuti sulle spiagge con i miei amici. Oltre ai rifiuti, mi imbattevo spesso in legni stupendi di diversa grandezza e colore, ed io in quei pezzi di legno che il mare restituiva, ci vidi una seconda vita. Forse inconsciamente, volevo dare loro la stessa possibilità che avevo avuto io. Così ho iniziato a raccoglierli e creare piccoli oggetti per la casa. Successivamente sono passata alle bottiglie di vetro creando lampade, provando a dare vita a delle bottiglie che altrimenti sarebbero finite chissà dove. Sempre con la volontà di disperdere nell’ambiente meno oggetti possibili”.

Oggi sono trascorsi 5 anni da quella diagnosi, da tutte le cure dolorose. Oggi Anna ambisce ad inaugurare anche un piccolo laboratorio dove poter continuare a creare e fare ricerca. Oggi il suo presente è ricco di progetti e desideri.
“Siamo quello che creiamo”: questo il suo insegnamento, il suo invito. Tiriamo fuori la parte migliore di noi, rimaniamo in ascolto.

 

 

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