Il sogno di Martina

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Non ho mai creduto che il mondo fosse quello luccicante che ci guarda dalle vetrine natalizie. Ho conosciuto bene la povertà, il disagio, la difficoltà di tante famiglie, come il significato della parola “generosità”. Ma il campo Rom è un’altra cosa. E’ quasi un mondo a parte.
Da sempre ho fatto volontariato all’interno della Caritas, mi sono dedicata ai più deboli, agli emarginati, ai diseredati. Poi ho incontrato una suora che mi ha parlato del campo Rom. E’ stata lei a raccontarmi di queste famiglie che vivono ai margini del paese, in tutti i sensi. Rom di origine macedone ammassati, ma con immensa dignità, in quattro baracche che cadono a pezzi tra rifiuti e pozzanghere di fango.
La prima visita per me è subito stata una grande sorpresa. Pensavo di trovare gente che aveva bisogno di cibo, vestiti, insomma generi di prima necessità. Invece sono stata immediatamente travolta dall’allegria contagiosa di una ventina di bambini. Mi chiedevano solo e semplicemente di giocare. Con la spensieratezza della loro età mi hanno subito trasportato nel loro girotondo. I bambini ridono in media 300 volte al giorno, gli adulti solo tra le 15 e le 30 volte. E loro sono bambini come tutti gli altri. Sorridono nonostante la loro non sia una vita da bambini, nonostante molti di loro siano obbligati a crescere in fretta. Guardare il mondo con i loro occhi ci rende di sicuro migliori.
Ho iniziato il mio percorso nel campo Rom e ho subito capito che quei bambini chiedevano solo un po’ del mio tempo, almeno che quella era la loro priorità. Era la prima volta che mi capitava in una società che ci impone di dare un valore a ogni cosa. Lì ho finalmente capito che il tempo ha un valore enorme, fuori mercato. Così per due volte al mese quel campo rom è diventato il mio nuovo mondo. Un parco giochi fatto di tanto fango ma anche di tanto amore.
Sono cresciuta insieme ai quei bambini. Ed è cresciuto il modo di relazionarmi a loro. Il semplice girotondo è diventato prima un gioco più complesso, poi un disegno di mille colori, infine i primi tentativi di scrittura. C’era bisogno di colori, penne, fogli, magari una tavolo mezzo rotto da trasformare in una scrivania. Lo abbiamo fatto. E’ stato subito chiaro che scrivere e leggere sono per questi bambini le prime chiavi che hanno a disposizione per aprire la porta d’accesso a un nuovo mondo al di fuori di quel microcosmo, di quella vita ai margini del paese.
Così ho iniziato ad aiutarli, a costruire una scuola in miniatura con quello che avevamo a disposizione, quasi nulla. A seguirli, spronarli, sostenerli.
Fino a quando, un giorno, una delle donne del campo mi ha fornito una lavagna. Una bella lavagna nera, come quelle presenti nelle scuole dei bambini del resto del mondo.
E’ stato un gesto piccolo ma che mi ha fatto pensare al progetto Buoncampo, all’importanza di trasformare queste esperienze di volontariato in progetti di più ampio respiro. Ho capito che per dare un futuro reale a questi bambini serve molto di più del mio impegno da volontaria. Servono libri, lavagne, gessetti, penne, quaderni, un’aula di scuola con banchi, sedie, quattro mura, un tetto…e la possibilità di studiare. Perchè il loro riscatto sociale passa dal loro grado culturale. E’ una possibilità che meritano perchè tutti i bambini dovrebbero avere le stesse possibilità.

— mart
edì 2 ottobre 2018 —